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DA GERUSALEMME A NAZARET

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Gesù è la vera casa dove abitare.

    DA GERUSALEMME ↔ A NAZARET                 Meditando i racconti dell’infanzia nei…

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DA GERUSALEMME A NAZARET

gesù a nazaret

 

 

DA GERUSALEMME ↔ A NAZARET

 

 

 

 

 

 

 

 

Meditando i racconti dell’infanzia nei primi due capitoli del vangelo di Luca, si rimane colpiti dalla cura con cui l’evangelista pone in costante relazione due luoghi simbolici, prima che geografici: Gerusalemme con il tempio di Dio, Nazaret con la casa di Maria e Giuseppe. Gesù va e viene tra questi due luoghi. Quaranta giorni dopo la sua nascita viene portato al tempio in obbedienza alla Legge del Signore; subito dopo, in un breve sommario, Luca narra della sua crescita a Nazaret. Ritorniamo quindi a Gerusalemme e al tempio, nella scena del cosiddetto smarrimento. Infine, il racconto dell’infanzia si conclude riconducendoci ancora a Nazaret, dove Gesù scende e, rimanendo sottomesso ai suoi genitori, cresce «in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini». Forse, proprio questa ultima espressione «davanti a Dio e agli uomini» suggerisce il giusto criterio per interpretare questo costante rapporto tra Gerusalemme e Nazaret.
Gerusalemme è il luogo di Dio, dove sorge la sua casa e dove egli ha posto la sua dimora, e rivela la ricerca di Gesù di come occuparsi delle cose del Padre; Nazaret rappresenta la casa degli uomini e la consapevolezza di Gesù di dover cercare le cose di Dio abitando e condividendo le cose degli uomini.
Gesù sceglie di stare davanti a Dio rimanendo davanti agli uomini; di cercare la relazione con il Padre attraverso la relazione con coloro che non si vergogna di chiamare fratelli (cf. Eb 2,11). Gesù, che nel tempio cerca il Padre ascoltando e interrogando i maestri del suo popolo, continua a cercarlo mettendosi in ascolto della gente povera e semplice del suo villaggio in Galilea. A Gerusalemme Maria e Giuseppe non comprendono, eppure Gesù scende a Nazaret per rimanere loro sottomesso. Sottomesso addirittura alla loro incomprensione, alla loro fatica e lentezza nel capire.
Questo verbo «scendere» per Luca ha un significato simbolico prima che geografico: manifesta la discesa del Figlio nella nostra carne, nella nostra condizione, persino nella nostra incomprensione, per crescere lì in quella sapienza che poi gli consentirà non solo di cercare, ma di parlare delle cose di Dio con il linguaggio degli uomini, della loro vita ordinaria, umile, quotidiana. Nello stesso tempo la casa di Nazaret rimane in relazione con la casa di Gerusalemme, perché la sua ferialità deve aprirsi ad accogliere il mistero del Padre e a lasciarsi da esso trasfigurare.
Sarà questo il linguaggio delle parabole con cui Gesù parlerà del regno di Dio. Un linguaggio che attinge le sue immagini dalla vita quotidiana di Nazaret, ma che si lascia sempre interpellare da una non ovvietà che trasforma le nostre case secondo il modo di essere e di giudicare di Dio.
Probabilmente, uno dei problemi maggiori che oggi viviamo come comunità cristiana sta proprio qui. Non si tratta di saper comprendere e spiegare le parabole di Gesù, ma piuttosto di narrare parabole nuove, che riescano a parlare del regno di Dio a partire dall’ordinarietà della vita degli uomini e delle donne di oggi, mostrando come questa ordinarietà deve rimanere disponibile allo straordinario di Dio che sempre la riconfigura.
Nel Figlio, che è venuto nella nostra carne, Dio si è fatto non solo prossimo alla nostra Nazaret, vi è addirittura entrato dentro, vi si è immerso completamente, ma nello stesso tempo lo ha fatto per condurci altrove, per farci fare esodo, per ricordare che questa casa, nella quale dobbiamo dimorare, va sempre abitata come pellegrini e stranieri, in cammino verso una terra che lui ci indicherà. Potrà farlo, e noi sapremo riconoscerla, soltanto a condizione di crescere, come Gesù, davanti a Dio e davanti agli uomini, senza separare Gerusalemme da Nazaret, la casa di Dio da quella degli uomini.
Papa Francesco invita spesso, in altri contesti, ad abbattere mura per costruire ponti. Un muro va demolito e un ponte costruito anche tra Gerusalemme e Nazaret. Nella vita spirituale di ciascuno di noi, nel modo e nello stile in cui abitiamo il tempo e lo spazio, negli atteggiamenti e negli impegni assunti dalle nostre comunità. E’ urgente fare della nostra vita una parabola capace di dire, anche nel silenzio e nel nascondimento, questa relazione inscindibile tra le due case. Ci accorgeremo allora, se anziché mura costruiremo ponti, che le due case diventano una sola casa, perché l’una è sempre dentro l’altra.
«Rabbì, dove dimori?», domandano i primi due discepoli. Gesù li invita ad andare e vedere, ed essi andarono e videro e quel giorno rimasero con lui (cf. Gv 1,38-39). La sua casa è la nostra casa, la nostra casa è la sua casa. A condizione di essere con lui. Egli, infatti, è la vera casa dove abitare, perché è in lui che le due case si incontrano fino a unificarsi. Lui, che è il Figlio venuto nella nostra carne, perché la nostra carne potesse aprirsi ed accogliere il mistero di Dio e dimorare in lui. Lui, il Figlio, nato, morto e risorto per prepararci una dimora presso il Padre e per fare di noi una dimora per il Padre (cf. Gv 14,2-3.23)! (dalla lettera di Avvento del monastero di Dumenza)

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